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l'influenza delle famiglie di origine nei casi di separazione e divorzio
23/03/2011
separazione e divorzioIl presente approfondimento è basato su un caso vero di separazione seguita da richiesta di divorzio per il quale ho fornito, qualche anno fa, una consulenza per la parte che in termini legali viene definita "attrice".

Una mia docente universitaria, psicologa con grande esperienza in perizie per casi di divorzio e affidamento di minori, usava dire: "Quando ci sposiamo con qualcuno, sposiamo tutta la sua famiglia". Ovviamente si tratta di un'iperbole, ma solo apparentemente lontana dalla realtà. Ognuno di noi porta con sè, in modo più o meno consapevole e più o meno evidente, ciò che ha visto, sentito e imparato sulle relazioni con gli altri nella propria famiglia d'origine. Le prime relazioni interpersonali di cui facciamo esperienza sono quelle con i nostri genitori e con la fratria (l'insieme di fratelli e sorelle) e forgiamo la nostra idea di relazione interpersonale osservando come esse si svolgono tra i nostri familiari. E' quindi assolutamente normale come tale esperienza influenzi, ancora una volta in modo più o meno consapevole e più o meno evidente, le nostre future relazioni. In particolare, le relazioni di coppia risentiranno inevitabilmente del modello di relazione interpersonale che abbiamo interiorizzato nel corso della nostra esperienza con gli altri.
Quanto appena detto è ovviamente già noto a chiunque sia nato e cresciuto in seno a una famiglia nucleare tradizionale del tipo "genitori-figlio/i". Ho ribadito non a caso i concetti di consapevolezza ed evidenza di tali atteggiamenti e comportamenti perchè, normalmente, a un certo punto del proprio sviluppo personale, soprattutto quando ci si approssima a costruire una propria famiglia o quando si è appena cominciato a farlo, ci si dovrebbe rendere conto di quanto tali influenze incidano su questo processo. A questo punto, la persona così detta "matura" decide fin dove lasciare che la propria esperienza passata influisca o se è il caso di cambiare qualcosa nei propri atteggiamenti e comportamenti. Ma non tutti coloro che si apprestano a crearsi una famiglia hanno sufficiente consapevolezza delle proprie scelte. Ciò è vero, in misura tollerabile, in moltissimi casi, ma in quei casi in cui invece l'influenza dei modelli relazionali acquisiti nella propria famiglia d'origine diventa intollerabile per il partner, si può prendere in considerazione l'ipotesi che tali modelli siano disfunzionali, se non addirittura patologici. Una situazione abbastanza frequente, all'interno di tale casistica, riguarda le famiglie che in psicodinamica delle relazioni familiari vengono definite "invischiate". In una famiglia invischiata i ruoli dei singoli membri che la compongono non sono sufficientemente definiti e, spesso, soprattutto per i figli, il processo di separazone / individuazione nei confronti dei genitori risulta non completato. E' soprattutto quando figli di questo tipo creano una propria famiglia che l'influenza del nucleo d'origine può creare i maggiori problemi per la stabilità della nuova famiglia. Una incompleta indipendenza emotiva da parte di uno dei due partner rispetto alla famiglia d'origine può verosimilmente minare gli equilibri all'interno della coppia, ma anche nei confronti dei figli, nella famiglia della generazione successiva.
Una teoria che gode di molto credito tra gli addetti ai lavori vorrebbe che il modo in cui ci leghiamo al partner venga costruito sul modello di attaccamento nei confronti dei nostri genitori. L'attaccamento non è altro che l'insieme di comportamenti che adottiamo nei confronti dei nostri "caregiver" (chi si prende cura di noi) costruito durante la prima infanzia, nella maggior parte dei casi nei confronti della madre. Ovviamente nel costruire il nostro modello di attaccamento da piccoli non facciamo tutto da soli, anzi, normalmente esso non è altro che la reazione, consolidata nel tempo, ai comportamenti che i nostri caregiver tengono nei nostri confronti durante l'infanzia, in particolar modo durante il primo anno di vita. Una persona normale dovrebbe essere in grado di "aggiustare" il proprio modello sulle reazioni che a esso farà inevitabilmente seguire il partner e, se anche il partner è una persona emotivamente sana, farà lo stesso, fino a trovare un punto di equilibrio che consentirà a entrambe le parti della coppia di considerare il proprio legame come un luogo sicuro nel quale trovare conforto. La persona proveniente da famiglia invischiata, oltre ad avere un modello di attaccamento disfunzionale, non sarà capace di operare l'aggiustamento di cui sopra, con la conseguenza che la coppia non sarà considerata dal partner quell'ambiente sereno che invece dovrebbe essere.
Se poi il partner "invischiato" non riesce a separarsi, oltre che emotivamente, nemmeno fisicamente dalla famiglia d'origine, la "prognosi" sulla qualità del legame della nuova coppia diventa inevitabilmente infausta. Rimanere a vivere in seno alla propria famiglia d'origine, "tirando" dentro anche il partner, avrà molto probabilmente come effetto sul familiare acquisito, nella migliore delle ipotesi, un senso di "pressione" emotiva, che potrebbe diventare vera e propria "oppressione" nell'ipotesi peggiore. Ogni comportamento del partner invischiato sarà infatti appoggiato, osteggiato o come minimo commentato da una parte o da tutta la famiglia d'origine. Lentamente, subdolamente, si insinuerà nel partner acquisito la consapevolezza che ogni sua azione nei confronti del partner invischiato produrrà sistematicamente una reazione anche nella sua famiglia di origine, cominciando a sentirsi prima "indagato", poi "processato", quindi "giudicato". L'esito di tale meccanismo è facilmente prevedibile: il partner acquisito realizzerà gradualmente che nel suo matrimonio non è ancora riuscito a creare un rapporto diretto col coniuge, libero da influenze esterne, quindi sincero, poichè non si troverà mai di fronte una sola persona, quella che ha sposato, ma un'intera famiglia. A volte può essere anche una porta chiusa, ma è comunque importante mantenere un confine, una soglia, ancorchè simbolica, tra la famiglia d'origine e la nuova famiglia, un limite per oltrepassare il quale sia necessario l'accordo e il permesso di entrambi i partner della nuova famiglia.
Cosa fare in situazioni simili? La cosa da non fare senz'altro è la contrapposizione con la famiglia d'origine, che contribuirebbe solo a un'escalation del conflitto. In casi come questo nasce infatti una triangolazione che potrebbe idealmente rappresentare la situazione complementare della tipica triangolazione nella quale i figli della coppia in procinto di separarsi vengono tirati per la giacca da padre e madre contemporaneamente, e dall'uno o dall'altra sistematicamente invitati a schierarsi dalla propria parte e contro quella avversa, con conseguenze devastanti dal punto di vista psicologico. Imporre una soluzione-capestro del tipo "o me o la tua famiglia", d'altro canto, porterebbe sì a una scelta, ma essa, qualunque fosse, determinerebbe la rinuncia a una delle due parti, che inevitabilemente genererebbe, immediatamente o nel tempo, un risentimento verso la parte scelta, per "colpa" della quale si è stati costretti a rinunciare a qualcosa cui comunque si voleva bene. La soluzione ideale sarebbe dunque quella del compromesso, anche se, parlando di coppie con presenza di almeno uno dei due partner con situazione di invischiamento, difficilmente vi si potrà giungere senza l'intervento di un mediatore esterno, per esempio uno psicologo o, talvolta, gli stessi avvocati ai quali ci si rivolge.
C'è un modo per prevenire l'influenza della famiglia d'origine del proprio partner sul futuro rapporto di coppia? Ovviamente nessuno è capace di prevedere il futuro, ma alcuni segni possono essere colti prima che sia troppo tardi. Di norma, non bisogna essere degli psicologi per capire se la persona con la quale ci si appresta a costruire una famiglia propria è ancora emotivamente dipendente dalla propria famiglia di origine. Se, nonostante le caratteristiche della famiglia d'origine, il partner è chiaramente maturo e indipendente, non dovrebbero porsi problemi. Se invece egli vede ancora in essa un punto di riferimento dal quale non riesce a prescindere nemmeno per le decisioni della vita ordinaria, o se è la famiglia stessa o qualche suo componente specifico a essere "eccessivamente" presente nella vita della nuova coppia, è probabilmetne il caso di chiarire che tipo di rapporto si intende costruire e, possibilmente, di dichiarare nettamente quali intenzioni si hanno in merito. E' meglio rischiare di urtare temporaneamente la sensibilità del partner piuttosto che infilarsi in un matrimonio infelice per decenni. Conoscere, incontrare, frequentare per qualche tempo prima del matrimonio la famiglia d'origine del partner è dunque importante, così come conoscere la loro storia familiare, la presenza di eventuali miti di famiglia (sistemi di credenze fatti di opinioni consolidate e sistematizzate, condivise da tutti i membri della famiglia e riguardanti i reciproci ruoli familiari e la natura della loro relazione, spesso sottaciuti e agenti in modo subdolo). Ma ancora più importante è osservare quanto la famiglia di origine è presente nella mente del partner, pur trovandosi fisicamente a distanza. E' infatti il "fantasma", cioè l'immagine mentale della famiglia d'origine a essere determinante in questi casi: quanto spesso viene citata dal partner, nel bene o nel male, quante volte e in quali frangenti il partner fa a essa riferimento e così via.
E se mi rendessi conto troppo tardi di avere sposato, col mio partner, tutta la sua famiglia? Calma, non è mai troppo tardi, e se esiste il problema esiste anche la soluzione. Oggi ci sono molti psicoterapeuti specializzati in dinamiche familiari in grado di aiutare coppie in difficoltà a rielaborare i propri rapporti, sempre che, ovviamente, vi sia da entrambe le parti la volontà di salvare il matrimonio. Non bisogna altresì dimenticare che, a volte, la salvezza di una famiglia sta proprio nella dissoluzione del matrimonio. Mi riferisco soprattutto a quesi casi in cui, in assenza di figli o in presenza di figli non più piccolissimi, quindi in grado di comprendere, insistere nel portare avanti un legame ormai privo di motivazioni può solo danneggiare i figli stessi.
Mi capita frequentemente di ricevere e-mail da parte di giovani fidanzati/e in procinto di sposarsi assaliti dai dubbi sull'opportunità di compiere un passo di tale importanza. In breve, scopro che si tratta spesso di persone che non hanno mai avuto altri partner al di fuori di quello con cui si apprestano a legarsi attraverso il matrimonio. Molti di noi poi, conoscono personalmente coppie che, formatesi nell'adolescenza ed essendosi finalmente sposate, si sono separate dopo appena pochi mesi di matrimonio. Avere più di una relazione sentimentale da giovani, non fermarsi al primo partner, a meno che non se ne sia realmente convinti, aiuta a "testare" le proprie capacità di aggiustamento dello stile di attaccamento al partner descritto precedentemente, il che ci rende più capaci, una volta adulti, di modulare i nostri atteggiamenti verso il comportamento della persona alla quale decidiamo di unirci per sempre. In altre parole, "sperimentare" in questo senso, senza arrivare a pericolosi estremi di promiscuità, non solo è legittimo ma, in un certo senso, "educativo".
Da quanto appena detto mi pare poi chiaro quanto importante sia la pratica della convivenza prematrimoniale come prova del funzionamento della coppia. Ovviamente nessuno può garantire che una coppia che funziona durante la convivenza continuerà a funzionare anche dopo il matrimonio, ma è fuori discussione che con la convivenza si può sapere prima a cosa si va incontro piuttosto che entrare in una situazione "a scatola chiusa" dalla quale diventa poi costoso e macchinoso, se non altro dal punto di vista legale e burocratico, uscire qualora ci si dovesse rendere conto di aver sbagliato.

Enzo Artale
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