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ultimo aggiornamento: 08/03/2010 - consulenze on line |
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PSICOLOGIA E INTERNET, FORMAZIONE A DISTANZA, TECNOLOGIE DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE MEDIATA DAL COMPUTER |
15/10/2009 |
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Nell'era digitale un'informazione può essere diffusa ed elaborata in proporzioni esponenzialmente superiori rispetto all'era "analogica". Cambia anche il concetto di conoscenza, che da centrale e individuale, circoscritta alle capacità di apprendimento e mnemoniche del singolo individuo, diventa distribuita, in modo che la conoscenza del singolo costituisca solo una parte elementare di quella globale. La differenza con il passato è che tramite internet è molto più facile e molto più veloce mettere insieme le conoscenze dei singoli, il che rende anche la conoscenza globale distribuita mai uguale a sè stessa, estremamente dinamica, mutevole, plastica, dato che ogni individuo che entra o esce dalla rete porta o toglie conoscenza.
Come si evolverà la conoscenza e come sarà gestita in seguito alla connettività sono previsioni relativamente facili da fare, almeno per il futuro prossimo. Verosimilmente, gli strumenti multimediali andranno verso una progressiva integrazione, probabilmente un solo apparecchio li integrerà tutti, e sarà prevalentemente portatile o trasportabile. La conoscenza, l'informazione e la ricreazione saranno distribuiti a livello globale su server sempre più capienti, e tali dati saranno sempre disponibili, gli utenti non avranno più bisogno di supporti esterni come hard disk o simili, ma sarà necessario avere sempre con sè lo strumento che garantisca la connettività alla rete di server sulla quale sarà immagazzinata la conoscenza. I conenuti saranno disponibili a pagamento, dietro sponsorizzazione, gratuitamente o abusivamente, ma il vero pericolo sarà l'eccesso di dati. Di fronte alla mole crescente di informazioni di cui si dispone e alla velocità di reperibilità ed elaborazione delle stesse, un modo in cui la gestione di tali dati può influenzare il nostro modo di vivere è strettamente connesso con uno degli aspetti di cui l'intelligenza è costituita. Tradizionalmente, uno degli elementi dell'intelligenza è individuato infatti nel problem solving, la capacità di risolvere i problemi. Nell'era digitale, uno dei problemi, paradossalmente, più importanti da risolvere sta invece diventando il problem finding, la capacità, cioè, di porre le giuste domande. Questo è uno dei modi in cui l'intelligenza sta mutando in seguito alla diffusione di internet come mezzo di comunicazione di massa. Come tale, cioè come mezzo di comunicazione di massa, internet è interattivo. A differenza di quelli tradizionali, che si pongono solo come fonti unidirezionali di informazioni, internet dà la possibilità, a fianco a quella di ottenerne, di dare informazioni, moltiplicandone potenzialmente le fonti per quanti individui fanno parte della rete, possibilità dalla quale deriva la necessità di sapere più precisamente possibile cosa chiedere. Questo sta determinando la necessità di ridefinire il concetto stesso di intelligenza, in quanto i vecchi modi di pensare potrebbero risultare obsoleti di fronte a questa nuova forma di gestione delle informazioni. Se nell'era predigitale il problema relativo all'informazione poteva essere la difficoltà nel reperirla, nell'era digitale il problema che viene delineandosi sempre più chiaramente è quello opposto, cioè l'overload informativo, l'eccesso di informazioni. Uno degli aspetti più preoccupanti della moltiplicazione delle informazioni e delle relative fonti, è quello connesso alla capacità individuale di saper riconoscere le fonti e le informazioni affidabili da quelle inaffidabili. E' un esercizio che mette alla prova la nostra fiducia selettiva. Ogni giorno, chiunque navighi in internet è esposto a una certa quantità di messaggi, alcuni dei quali completamente falsi, altri solo in parte, altri completamente veri. Questo accade anche nella realtà concreta, ma, ancora una volta, bisogna sottolineare come la differenza fondamentale tra realtà concreta e virtuale consista nella quantità e nella velocità più che nella qualità. Alcuni autori parlano di internet come della prima forma di intelligenza collettiva, una intelligenza, cioè, costituita da una enorme massa di informazioni, su ognuna delle quali ogni navigatore può in teoria (e spesso è proprio ciò che accade in pratica) esprimere il proprio punto di vista e condividerlo con tutti gli altri fruitori della medesima informazione, aumentando esponenzialmente la conoscenza creata intorno a un un input iniziale. Da questo punto di vista, si potrebbe vedere la struttura di internet come una sorta di sistema nervoso centrale di livello superiore. I rischi legati alla difficoltà nel riconoscere le fonti di informazioni veritiere in internet sono stati definiti nel loro complesso da alcuni autori come fenomeno dell'eroding truth, mentre gli stessi rischi legati alla perdita di fiducia nelle fonti informative come eroding trust. Saper orientarsi miratamente verso le fonti informative più affidabili, sviluppare un sottile senso critico, rappresenteranno sicuramente alcuni dei modi in cui la forma dell'intelligenza sarà influenzata nelle generazioni a venire. Un altro di questi modi potrebbe essere rappresentato dalla possibilità offerta dalla realtà virtuale di assumere diverse identità, per quanto questo aspetto potrebbe essere più interessante dal punto di vista emotivo che da quello cognitivo. A questo proposito bisogna ricordare che secondo alcuni autori la rete, lungi dall'omologare i suoi utenti come fanno i mezzi di comunicazione di massa tradizionali, aumenterà la soggettivita di chi ne farà parte. Più in generale, per fruire di internet nel modo più utile, sarà necessario disporre di quella che alcuni studiosi hanno definito psiche abbondante, poichè l'uso della rete, finalizzato soprattutto all'apprendimento, richiede una mentalità, una modellistica, un dispositivo mentale specifici. |
29/05/2009 |
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che gli psicologi dell'HIP si prefiggevano era l'individuazione del "software", cioè i "programmi" che determinavano i diversi comportamenti nell'uomo, intendendo tali programmi come "sequenze di istruzioni". Si cercava, cioè, di capire in che modo le informazioni provenienti dall'esterno venissero percepite, elaborate, interpretate, immagazzinate ed eventualmente riutilizzate dagli esseri umani nella loro interazione con l'ambiente. In base a questa prospettiva, tutte le attività umane potevano essere viste come l'applicazione di programmi, cioè sequenze di istruzioni apprese. Alcuni programmi verrebbero eseguiti consapevolmente, soprattutto quelli più complessi, mentre altri, quelli più semplici, in modo automatico. Così, come il computer è dotato di una memoria ad accesso casuale (RAM), temporanea e volatile, e una su disco rigido, stabile, il cervello umano sarebbe dotato di due forme di memoria, o "magazzino", come la chiamano i teorici dell'HIP: una a breve termine, nella quale le informazioni possono essere conservate per un periodo relativamente breve di tempo, e una a lungo termine.
Le informazioni verrebbero conservate nel Magazzino a Lungo Termine (MLT) sotto forma di concetti, che si formerebbero attraverso diversi tipi di meccanismi, uno dei quali, chiamato "reticolo", è rappresentato nella figura. La figura illustra uno dei possibili modi in cui, nei bambini, alcune conoscenze, in questo caso sulla frutta, verrebbero organizzate. La forza del legame è inversamente proporzionale alla lunghezza delle frecce, come se queste descrivessero la lontananza tra concetti. Il Magazzino a Breve Termine (MBT) sarebbe invece di fondamentale importanza nell'uso delle diverse strategie per la soluzione di problemi. Un MBT ristretto impedirebbe infatti l'uso delle strategie più complesse, le quali potrebbero però sempre essere apprese attraverso un addestramento appropriato. Secondo i teorici dell'HIP, durante i primi anni di vita avrebbero luogo molti cambiamenti, che riguarderebbero sia l'architettura del sistema per l'elaborazione delle informazioni, in particolare la capacità del MBT e alcune caratteristiche delle operazioni elementari, sia i processi e le rappresentazioni contenute nel MLT. Secondo questi psicologi, la crescita delle capacità cognitive sarebbe una conseguenza da ascrivere al passare del tempo solo fino ai primi due anni di vita circa; dopo, la causa del miglioramento delle capacità cognitive sarebbe più legata all'esperienza. La teoria dell'HIP ha, come spesso capita, punti di forza e punti deboli. A mio avviso, la sua maggiore vulnerabilità risiede proprio nell'assunto di base, cioè nel tentativo di individuare parallelismi tra il funzionamento di un computer e quello della psiche umana. E' vero che all'epoca in cui la teoria sorse, i computer erano molto diversi da quelli odierni, e anche nel campo della psicologia fisiologica si sapeva molto meno di quanto si sa oggi, quindi alcune illazioni "forzate" sono in un certo senso giustificate. Non bisogna infatti dimenticare ciò che il sempre lungimirante Einstein diceva a proposito della eventuale similitudine tra uomo e macchina: Un giorno le macchine saranno in grado di risolvere tutti i problemi, ma non saranno mai capaci di porne uno. E' questo che forse i teorici dell'HIP non avevano sufficientemente tenuto in considerazione: le variabili. I comportamenti umani, nella loro accezione di concretizzazione di pensieri, sono il frutto di un tale numero di variabili, talmente dinamiche nei loro modi di combinarsi, che risulta limitante restringerne il funzionamento assimilandolo a quello dei programmi informatici, non essendo questi dotati nè di fantasia nè di creatività, per non parlare dei casi di disturbo psichico. Per poter riprendere il discorso sui parallelismi tra uomo e macchina, bisognerà aspettare che le ricerche sull'Intelligenza Artificiale diano risultati che finora sono stati rappresentanti solo in romanzi e film di fantascienza. C'è invece una interpretazione della teoria dll'HIP che trovo particolarmente lucida: ai tempi della fondazione del movimento, non si parlava ancora di internet, anche perchè era negli stessi anni che il suo precursore, "arpanet", veniva architettato nel laboratori militari statunitensi. Più che di parallelismi tra mente e computer, secondo me sarebbe il caso di parlare di similitudini tra mente e internet. Se ci si fa caso, infatti, sia la struttura che lo sviluppo della rete hanno molti elementi in comune con la struttura e lo sviluppo di un sistema nervoso. I modi in cui internet viene usato dai suoi utenti, la sue innumerevoli sfaccettature, le informazioni che gestisce, quelle nuove che produce, il modo in cui tali informazioni escono dalla realtà virtuale per andare a influenzare la realtà concreta e viceversa, ricordano molto più da vicino il pensiero e il comportamento umani, sicuramente molto più di quanto potrebbe fare un singolo computer. E' questo forse il vero merito dell'HIP, avere cioè dato inizio a una importante riflessione tra le differenze, le similitudini e i limiti tra due sistemi di fondamentale importanza per il futuro della nostra stessa specie, la psiche e internet. Se volete saperne di più sullo sviluppo dell'intelligenza nell'essere umano, leggete i relativi articoli nella sezione dedicata alla psicologia dello sviluppo. |
12/11/2007 |
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Nell’edizione on line del Corriere Della Sera di oggi è possibile leggere una notizia quanto meno inquietante: secondo l’autore dell’articolo "internet offrirebbe spesso una pericolosa sponda alla follia dei giovani autori delle stragi", i quali, tramite i siti che prestano servizi di social networking, o i blog, troverebbero un’identità grazie agli annunci delle stragi stesse. Non solo. Episodi come quelli appena descritti vengono affiancati ai messaggi che i terroristi si scambiano per organizzare le loro attività criminose. Mi sento di tranquillizzare quanti possano pensare, soprattutto genitori di adolescenti, che internet sia in qualsiasi modo un facilitatore di attività criminali. Mi sento inoltre in dovere, davanti a “notizie” come queste, di sottolineare come internet sia un mezzo di comunicazione di massa, il primo nella storia, grazie al quale chiunque può comunicare a tutto il mondo il proprio pensiero, e chiunque può esprimere la sua opinione sul pensiero altrui, come sta... clicca qui per leggere il resto...
facendo il sottoscritto in questo momento. È un mezzo di comunicazione che va oltre la logica unidirezionale dei mezzi tradizionali, in cui le informazioni provengono da una sola fonte e si irradiano verso i destinatari, ma anche oltre la comunicazione bilaterale. È un mezzo tramite il quale milioni di adolescenti sparsi per il mondo riescono a comunicare con i loro pari, spesso trovando, sì, un’identità, ma non necessariamente nel momento in cui annunciano di voler far fuori i loro compagni di classe e professori. È un terreno di confronto, e confronto vuol dire crescita, in ogni senso, nel bene e nel male. Non un accenno, stranamente, alle possibilità che internet offre di interagire, di creare e coltivare amicizie, gruppi di studio, di lavoro, possibilità che rappresentano la larga maggioranza dei modi in cui gli adolescenti usano internet. Non c’è nessuna correlazione diretta, cioè una relazione causa-effetto, tra gli spazi in internet nei quali gli autori delle stragi annunciano le loro nefaste intenzioni e le stragi stesse. Le stragi c’erano anche prima di internet. Gli adolescenti che non riuscivano a esprimere il loro disagio se non tramite un passaggio all’atto di natura antisociale c’erano anche prima di internet. Il terrorismo c’era anche prima di internet. L’idea che internet possa in qualsiasi modo favorire comportamenti criminali è priva di qualsiasi fondamento, sia scientifico che basato sul buon senso. Forse il bravo giornalista non ricorda che alcuni serial killer, in passato, come quello conosciuto come il Killer Dello Zodiaco, autore di almeno cinque omicidi alla fine degli anni ’60 negli Stati Uniti, usava annunciare i suoi crimini tramite lettere in codice inviate ai giornali. GIORNALI. Non a internet. Sono quasi certo che l’autore del nostro articolo, se avesse lavorato al tempo in cui Zodiac era in attività, avrebbe scritto un bel pezzo sul lato oscuro della carta stampata, nel quale spiegava come i giornali potevano fare da sponda alla follia dei serial killer, così come sono quasi certo che articoli come quello citato, volendo pensare male, potrebbero essere interpretati come l’ennesimo attacco alla rete, nel patetico tentativo di demonizzare il mezzo di comunicazione di massa che per la prima volta nella storia sta mettendo a repentaglio lo strapotere di condizionare l’opinione pubblica di cui i mezzi di comunicazione di massa tradizionali, come i giornali, hanno goduto fino a oggi.
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