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| "Se esiste il problema, esiste anche la soluzione." |
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| psicologia giuridica |
| IL RISCHIO IN ETA' EVOLUTIVA |
| 26/03/2010 |
| ambito d'intervento: perizie psicologiche |
| interventi forniti in questo ambito: |
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Quando si parla di "rischio in età evolutiva" bisogna chiarire a cosa ci si riferisce tecnicamente. Dal punto di vista giuridico, "l'età evolutiva" di cui si parla va da 0 a 18 anni, periodo della vita durante il quale si è minorenni quindi giuridicamente "incapaci". Durante questa fase ognuno di noi manifesta particolari bisogni emotivi, cognitivi e sociali che vanno protetti e tutelati.
Il "rischio" viene invece inteso come l'insieme di quelle particolari situazioni nelle quali i bisogni appena menzionati
possono subire interferenze, ritardi od ostacoli tali da rendere in qualche modo deviante o disfunzionale un ipotetico percorso di crescita altrimenti "normale".
"Rischio" non vuol dire però automaticamente "pericolo". Affinchè si possa infatti parlare di "danno evolutivo" è necessario valutare una complessa serie di variabili non generalizzabili, che vanno cioè contestualizzate ai singoli casi presi in esame e che non possono essere considerate semplicemente classificandole come "normali" o "patologiche".
Il rischio inteso solo come pericolo può assumere diversi aspetti. Particolarmente importanti sono tutte le eventuali situazioni in cui il sogetto può vivere in modo critico o carente la possibilità di trovare dei punti di riferimento, cioè persone che fungano da "guide" nel suo sviluppo, che lo proteggano e lo aiutino a superare potenziali ostacoli o problemi di crescita.
Va da sè che tali figure di riferimento verranno istintivamente cercate in seno alla propria famiglia, dove la presenza di problemi può determinare devianze e disfunzioni nel soggetto in età evolutiva.
La costante evoluzione dei costumi sociali ha, per altro, abolito o smussato la rigidità dei ruoli familiari, delle fasi di sviluppo e dei relativi riti di passaggio che li avevano caratterizzati in epoche precedenti. Il fenomeno della "deregolamentazione del ciclo di vita" consente oggi una con-fusione di attività e atteggiamenti che in passato erano caratteristici solo di specifici periodi della nostra esistenza. La struttura familiare e quella sociale nella quale la famiglia è inserita sono determinanti nell'apprendimento da parte dei bambini dei modi più efficaci di sfruttare le risorse materiali reperibili nell'ambiente e di relazionarsi alle persone esterne alla famiglia ai fini di un sano sviluppo.
Lutti, licenziamenti, passaggi da una fase all'altra della vita del soggetto in età evolutiva (per esempio dalla scuola primaria a quella secondaria, un matrimonio, un trasferimento e così via) sono eventi normali o possibili in tutte le famiglie. Il modo in cui tali eventi fisiologici vengono affrontati dalla famiglia inciderà ovviamente sullo sviluppo psicologico dei bambini in essa presenti. Alcune famiglie non riescono solo con le proprie forze ad affrontare questi passaggi in modo adeguato. Di conseguenza, la realtà circostante verrà percepità come ineluttabile, minacciosa o pericolosa, quindi come qualcosa con la quale è impossibile costruire un rapporto positivo.
Uno dei parametri più frequentemente usati in psicologia per valutare contesti familiari potenzialmente problematici o comunque "a rischio" è la rigidità dei modelli di percezione della realtà e di comunicazione tra i propri membri. Maggiore è tale rigidità e più la famiglia sarà potenzialmente patogena. Viceversa, maggiore è la flessibilità degli elementi prima descritti e più i soggetti in età evolutiva acquisiranno le necessarie competenze per reagire in maniera funzionale e costruttiva agli stimoli provenienti tanto dall'interno quanto dall'esterno della famiglia.
Più concretamente, potenziali elementi di rischio all'interno della famiglia sono per i bambini:
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povertà culturale
- disfunzioni nelle relazioni
tra i membri
- trascuratezza, abuso o maltrattamento dei minori
- detenzione
- tossicodipendenza
- malattia mentale di uno o entrambi i genitori
- separazione
- divorzio.
Ovviamente questa lista non ha pretesa di essere cogente nè esaustiva.
L'altra faccia della medaglia del rischio è quella che lo rende una potenziale fonte per l'attribuzione di nuovi significati alla realtà che circonda il soggetto
in età evolutiva, in altre parole "un'opportunità".
Ogni esperienza può infatti essere usata anche come occasione per attivare o riattivare risorse psicologiche latenti, sopite o in embrione, magari tramite l'intervento di un professionista esperto nel settore, che consentano al soggetto che attraversa tali esperienze di orientarsi nel disagio e trovarne la via d'uscita.
Quanto scritto prima sulle variabili a rischio vale anche per le variabili come opportunità. In effetti, si tratta delle stesse variabili che, ri-combinandosi in modi diversi, possono trasformarsi anche in meccanismi protettivi. Queste variabili e le relative combinazioni in cui possono organizzarsi sono infatti tali e tante da poter assumere valenza di rischio o di opportunità in funzione delle caratteristiche soggettive, familiari e sociali di volta in volta prese in considerazione. Basta che una sola variabile, anche apparentemente insignificante, appartenente a una delle tre aree appena menzionate, cambi, si aggiunga o venga meno che la condizione preesistente può mutare repentinamente da rischio a opportunità o viceversa.
Rimanendo nell'ambito delle caratteristiche intraindivduali precedentemente citate, è opportuno accennare anche a quei casi particolari di soggetti che nonostante crescano in ambienti chiaramente a rischio, spontaneamente riescono a mobilitare le risorse psicologiche necessarie per trovare la via d'uscita dal disagio che scaturisce da strutture familiari con dinamiche relazionali disfunzionali o chiaramente patologiche. Si tratta di soggetti nati e cresciuti in famiglie con uno o più degli elementi della lista che, appunto per questo, è stato detto essere non cogente ai fini di uno sviluppo malsano. Tra questi soggetti, detti "resilienti", si contano personaggi anche di successo che si sono affermati nei campi della scienza o dell'arte.
Quali sono le caratteristiche intraindividuali dei resilienti? Eccone una lista che, come per quella precedente, non pretende di essere completa:
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abilità di far fronte alle situazioni critiche senza lasciarsi sopraffare dagli eventi, mantenendo l'autocontrollo e sfruttando efficacemente le risorse che l'ambiente (familiare e sociale) mette a disposizione (abilità di "coping", dall'inglese "to cope": "affrontare, fronteggiare")
- buone competenze relazionali
- un buon livello di autostima (fiducia generale in sè stessi)
- un atteggiamento positivo verso la realtà
-
la convinzione che ciò che accade al soggetto dipenda da lui, dalle sue scelte e non dall'esterno o dal destino
- un buon livello di autoefficacia percepita (fiducia particolare nell'efficacia delle proprie azioni ai fini del raggiungimento dei propri obiettivi).
Con particolare riferimento all'autoefficacia percepita, la scuola rappresenta per i soggetti in età evolutiva un'ottima "palestra" nella quale sperimentare e allenare le proprie potenzialità in attività quali la risoluzione di problemi (non solo quelli matematici) e la costruzione e il mantenimento di relazioni interpersonali al di fuori della famiglia. La scuola può dunque assumere una valenza protettiva nei confronti del minore a rischio, bilanciando le variabili negative con opportunità altrimenti escluse dalla sua esperienza. Da questo punto di vista, diventa comprensibile come sia di fondamentale importanza un'adeguata preparazone professionale unita a una sufficiente sensibilità per il personale che lavora quotidianamente a contatto con i bambini, tanto a scuola quanto in ambienti extrascolastici.
Enzo Artale |
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