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ultimo aggiornamento: 08/03/2010 - consulenze on line
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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO, DELL'EDUCAZIONE E DEL CICLO DI VITA


ciclo di vitaLa Psicologia dello Sviluppo è un campo di studio tra i più importanti e interessanti nell’ambito di quello più vasto della “Psicologia”, perciò si è evoluto e continua a evolversi in molte direzioni. Inizialmente l’attenzione degli psicologi era concentrata soprattutto sul bambino, e il principale metodo di studio era “l’osservazione”. Del bambino veniva (e viene tuttora) studiato lo sviluppo psichico nei suoi aspetti cognitivi, emotivi e sociali. Risulta difficile però costringere la “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” sotto un’unica etichetta, considerate la quantità e la varietà di autori e di contributi che, dalla sua nascita, nella seconda metà del 1800, l’hanno caratterizzata. Man mano che la disciplina si evolveva, gli psicologi dello sviluppo hanno prestato sempre maggiore attenzione anche al modo in cui lo sviluppo psichico dei bambini può essere influenzato dalle principali agenzie educative con le quali vengono a contatto: innanzi tutto la famiglia, poi la scuola, quindi il gruppo dei pari. A queste agenzie educative “tradizionali” se ne sono aggiunte successivamente altre, più “moderne”, come la televisione e, più di recente, internet. Ma ben presto gli psicologi si sono resi conto che applicare il concetto di “sviluppo” alla sola età infantile era restrittivo. Lo sviluppo psichico non può infatti rimanere circoscritto ai primi anni di vita. Come esseri umani, continuiamo a cambiare nel corso di tutta la nostra esistenza, e non solo fisicamente, e gli altri periodi della nostra vita meritano altrettanto legittimamente di essere considerati come ulteriori fasi di “sviluppo”. Per questo sono state individuate, dopo l’infanzia, altre “macrofasi” dello sviluppo, riconosciute "nell’adolescenza", "nell’età adulta" e nella "vecchiaia".
La Psicologia dello Sviluppo non aveva però smesso di… svilupparsi! Se c’è infatti un campo della psicologia la cui evoluzione è strettamente legata ai cambiamenti sociali, esso è appunto quello dello Sviluppo. Il modo in cui educhiamo i bambini è infatti strettamente connesso all’organizzazione della società in cui tale educazione viene impartita. Nella società così detta “occidentale”, nel corso degli ultimi secoli, e ancora di più negli ultimi decenni, le condizioni esistenziali sono mutate in modo tale da permettere un allungamento progressivo della durata media del ciclo di vita. Tale cambiamento ha inevitabilmente avuto importanti ripercussioni anche sul nostro sviluppo e sulla nostra educazione, e non solo durante l’infanzia. Se in precedenza era stato possibile individuare abbastanza chiaramente poche e determinate “fasi di sviluppo” (infanzia, adolescenza, età adulta e vecchiaia), e altrettanto chiaramente era stato possibile individuare dei momenti di passaggio da una fase all’altra, quasi come fossero “riti” di iniziazione, simili a quelli che tuttora vigono in alcune culture, oggi non è più così. “L’esame di maturità”, la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio, il primo figlio, gli avanzamenti di carriera, la creazione di una famiglia propria da parte dei figli, la pensione, la nascita del primo nipote, eccetera. Tutte queste “boe” intorno alle quali eravamo stati abituati a girare perdono gradualmente il loro significato simbolico. Il ciclo di vita tradizionale sta subendo una progressiva “deregolamentazione”, le conseguenze della quale sono davanti agli occhi di tutti. I continui progressi medici, farmaceutici e tecnologici determinano un sempre meno recuperabile sfasamento "dell'orologio sociale" che regolava fino a pochi decenni fa lo svolgersi dei più importanti eventi della nostra vita. Chi non ha sentito parlare di "post adolescenza", o "tarda adolescenza", o "adolescenza allungata"? O ancora, di "long life learning" (“formazione continua”), di "mamme-nonne" e di "sindrome di Peter Pan"? Diventa sempre più facile trovare trentenni o quarantenni che, a prescindere dalle condizioni economiche e lavorative, vivono ancora in seno alla famiglia d’origine, donne che diventano madri per la prima volta in età avanzata, uomini e donne che si iscrivono all’università in età adulta o solo dopo essere andati in pensione, ultrasessantenni che si vestono da “rapper”, si tatuano, si muniscono di “piercing” e vanno in discoteca, giovani a volte nemmeno ventenni già sposati e genitori mentre a loro volta dipendono ancora economicamente e psicologicamente dai loro genitori.
Da questo punto di vista, parlare di “sviluppo” in un’accezione ancora legata al semplice passare del tempo ha sempre meno senso. Oggi si tende a interpretare lo sviluppo non più in termini di “riti di passaggio” e di “fasi”, ma in termini di sfide o compiti evolutivi. L’assunto di base è che la nostra psiche può continuare a svilupparsi lungo tutto l’arco della vita, a prescindere dall’età, nella misura in cui affrontiamo e superiamo le sfide davanti alle quali la vita stessa ci pone, o svilupparsi meno, nella misura in cui la vita ci preserva da tali sfide, o siamo noi a rifiutarle, o, semplicemente, non sappiamo interpretarle nella giusta maniera.





INTERVENTI


LA MOTIVAZIONE ALLO STUDIO
21/09/2009

motivazione allo studio
Compagni, insegnanti e istituzione scolastica rappresentano tre elementi fondamentali per l'induzione di una motivazione positiva o negativa verso l'apprendimento.
Le ricerche nel campo della motivazione allo studio hanno dimostrato l'esistenza di una relazione tra classi in cui i ragazzi si trovano bene ed effettivo grado di apprendimento. Ma quali sono le caratteristiche che fanno sì che ci si trovi bene in una classe? Un importante ruolo nella motivazione allo studio è quello svolto dagli insegnanti. George Kelly diceva: se un ragazzo va male a scuola, chiedigli com'è il rapporto con i suoi insegnanti. In realtà varie ricerche hanno dimostrato che gli insegnanti più amati dai ragazzi non sono necessariamente quelli che li fanno lavorare poco, li divertono, non li responsabilizzano, bensì quelli amichevoli, disponibili ad aiutare, comunicativi ma, al tempo stesso, ordinati, in grado di controllare la classe e di motivarla...

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I giudizi degli insegnanti hanno, com'è ovvio, una forte influenza sui ragazzi. A cominciare all'incirca dalla terza elementare, si stabilisce una stretta relazione tra la valutazione che l'insegnante dà di uno studente e l'autovalutazione di quest'ultimo. Tale relazione potrebbe essere determinata anche da una maggiore capacità di autovalutazione acquisita dall'allievo con l'età, ma è anche legata alle aspettative che l'insegnante sviluppa per i suoi allievi (il così detto "effetto Pigmalione"). Quando le aspettative sono negative, portano l'insegnante a manifestare verso il ragazzo meno interesse, meno messaggi comunicativi non verbali e di calore, con la conseguenza che egli finisce per confermare l'aspettativa negativa dell'insegnante. Pare invece che il miglior clima di classe sia ottenuto da quegli insegnanti che nutrono le aspettative più alte non solo nei confronti dei loro studenti ma anche di sè stessi. A proposito di "clima di classe", le ricerche in questo campo ne hanno evidenziato tre modelli fondamentali: il clima "autoritario", il clima "democratico" e il clima "lassista". Il clima dal quale generalmente scaturiscono i migliori risultati è quello democratico, che è spesso legato a un'impostazione cooperativa, piuttosto che competitiva, dell'insegnamento. Benché alcuni autori sostengono che la socializzazione dell'apprendimento è un mito, dato che non si può, e anche se si potesse non sarebbe opportuno, omologare un processo di apprendimento che deve essere assolutamente individuale, momenti di insegnamento cooperativo, ottenuti per esempio mediante il lavoro di gruppo, possono produrre significativi effetti positivi sia cognitivi che sociali. Le dinamiche relazionali che si instaurano nel contesto di classe sono determinanti nel successo dell'apprendimento. Un clima sereno favorisce la comunicazione nei due sensi, e facilita le possibilità di scambio e di chiarificazione dei concetti, promuovendo la crescita culturale e la maturazione personale. E' ovvio che nei primi gradi di scolarizzazione saranno gli aspetti emotivi a guidare l'insegnante nell'approccio con il bambino, mentre nei gradi successivi prevarranno gli aspetti tecnico-culturali della formazione. Affettività e cognitività sono strettamente correlate. Se un ragazzo ha un buon rapporto con insegnanti e compagni, si dedicherà tranquillamente allo studio, se accade invece il contrario, impegnerà tutte le sue energie nel cambiare la relazione, a tutto svantaggio dell'apprendimento.
In una classe scolastica, i compagni rappresentano una variabile non trascurabile dell'ambiente. Essi possono influenzare, quando non proprio determinare, il clima educativo. Star bene a scuola dipende in larga misura dal modo in cui si riesce a gestire il rapporto con i compagni. Lo stare insieme non deve però tradursi solo in una sopportazione reciproca, ma concretizzarsi anche in forme attive di collaborazione. Alcune situazioni difficili sono determinate spesso dal rifiuto di alcuni componenti di partecipare al lavoro di gruppo. Già dalle prime classi della scuola primaria, la maggior parte dei bambini si dimostra disponibile a instaurare legami con i coetanei. Successivamente, in età adolescenziale, ciò che contraddistingue il tipo di rapporto è una maggiore responsabilità. Allora lo stimolo ad allacciare amicizie diventa motivo di confronto e di scambio, influenzando il rendimento scolastico in generale. Dal confronto quotidiano con i compagni di classe responsabili, si può imparare ad assumere atteggiamenti convenienti a un buon equilibrio all'interno del gruppo.
La motivazione allo studio e le relative strategie adottate hanno una significativa importanza anche nell'atteggiamento generale verso la scuola. Spesso i ragazzi non sanno studiare o non riescono a pianificare al meglio la propria attività scolastica, commettendo errori che provocano perdite di tempo e scarsi risultati anche in presenza di buone potenzialità. La scarsa motivazione allo studio può derivare da esperienze negative e prestazioni non adeguate che deludono chi le subisce provocando atteggiamenti negativi nei confronti dell'istituzione scolastica. Un atteggiamento positivo predispone invece l'allievo ad accettare le condizioni tipiche di un'organizzazione scolastica, a conformarsi alle sue norme e a porsi in un atteggiamento disponibile all'apprendimento. Diverso è l'atteggiamento di chi manifesta una posizione avversa, rifiutando, insieme alle regole di comportamento, anche le opportunità di apprendere.
Altrettanto importanti sono le relazioni tra disposizione attribuzionale e vissuti emotivi e d'ansia. In generale, gli studenti si possono suddividere in due grandi categorie, quelli che credono che l'intelligenza sia un'entità fissa e quelli che pensano che sia malleabile, nel qual caso danno maggiore importanza all'impegno personale. Gli appartenenti alla prima categoria si pongono più spesso obiettivi di prestazione, cercando cioè di dimostrare quello che valgono, piuttosto che obiettivi di apprendimento, inoltre, quando percepiscono in loro una scarsa abilità, sviluppano ansia, evitamento delle prove e bassa persistenza nel compito.
Un altro aspetto di grande importanza della motivazione allo studio è quello legato agli aspetti dell'attribuzione causale. In generale, di fronte a risultati negativi nello studio, i ragazzi sono poco propensi ad attribuirne le cause alla propria inadeguatezza o a scarsa applicazione. Spesso i ragazzi si affidano a rituali scaramantici o a "portafortuna" per allontanare la cattiva sorte dall'esito degli esami. Non si può negare che qualche volta si verifichino eventi casuali che influiscono positivamente su qualsiasi tipo di attività, è sbagliato però affidarsi completamente alla fortuna per ottenere risultati positivi. Questo tipo di atteggiamento escluderebbe ogni impegno da parte del soggetto interessato che potrebbe così attribuire l'insuccesso a cause esterne anzichè esaminare i motivi che lo hanno determinato. E' importante che lo studente si convinca che la riuscita nell'attività di studio è più legata alle capacità personali, all'impegno e al tipo di compito piuttosto che a stimolazioni ed eventi esterni. I fatti che influenzano la riuscita scolastica possono essere così schematizzati:
Fattori interni:
- abilità
- impegno
Fattori esterni:
- fortuna
- aiuto
Fattori legati al compito:
- facilità
- dimestichezza.
Attribuzioni di abilità e impegno si riferiscono alla convinzione di saper individuare in modo autonomo obiettivi, strumenti e mezzi relativi al compito. Tali attribuzioni assegnano anche un maggiore ruolo al controllo delle decisioni personali che non agli eventi esterni.
Molti studenti, almeno qualche volta, hanno vissuto situazioni d'ansia legate alle vicende scolastiche. L'ansia rende difficile la concentrazione, inficiando in tal modo la qualità dello studio. L'ansia può infatti influire negativamente impedendo allo studente di ricordare contenuti già memorizzati, rallentando i processi di apprendimento in atto, impedendogli di affrontare in maniera sistematica compiti precedentemente programmati compromettendo l'esito delle attività scolastiche e le situazioni di esame. In condizioni di ansia, si rende necessario dedicare allo studio una maggiore quantita di tempo e produrre un superlavoro controproducente che andrà ad inficiare il successo scolastico. Il livello di ansia è legato anche ad aspetti personali e/o di ordine psicosociale che possono variamente interferire con le condizioni che si vengono a creare nella scuola. Un aspetto particolare dell'ansia in relazione allo studio è quello conosciuto come "ansia da esame". E' stato osservato che spesso ragazzi che possiedono buone abilità di studio si bloccano al momento della prova fornendo risultati molto modesti. Secondo un'interpretazione classica di questo fenomeno, al momento dell'esame lo studente è bloccato nel recupero delle informazioni rilevanti dall'affiorare di altri pensieri e associazioni (molti dei quali riferiti al timore di sbagliare), che gli impediscono di trovare le informazioni corrette che pure conosce. In genere questi studenti ansiosi sono avvantaggiati dai test a scelta multipla, dove il problema del recupero (ma non quello della decisione) è ridotto al minimo. Secondo un'interpretazione più recente, i ragazzi ansiosi in realtà non sanno studiare, e conseguentemente sono ansiosi perchè consapevoli di conoscere inadeguatamente la materia. In una ricerca su questo argomento, venne individuato un sottogruppo di soggetti ansiosi che codificavano l'informazione in maniera poco significativa ("codifica poco profonda"), erano incapaci di selezionare gli aspetti principali e organizzavano gerarchicamente il materiale di studio in maniera inadeguata. A questo proposito è fondamentale sottolineare quanto sia importante possedere un efficace metodo di studio anche nella prospettiva che esso possa contribuire a tenere sotto controllo l'ansia, a prescindere dalla natura della stessa. E' accaduto infatti spesso che soggetti affetti da ansia da esame riuscissero a superare il problema apprendendo un adeguato metodo di studio. A volte l'ansia rimane lo stesso, ma praticare un buon metodo di studio è comunque utile.
La motivazione allo studio, come verso qualsiasi altra attività, può essere "intrinseca" o "estrinseca". La prima è sostanzialmente rappresentata dall'interesse genuino verso il contenuto dello studio, e ha un valore trainante per lo svolgimento dell'attività stessa. La seconda è invece rappresentata da tutti i vantaggi secondari, o secondi fini, perseguibili tramite lo svolgimento dell'attività stessa. Le radici dell'interesse genuino si trovano in una complessa storia precedente che non è sempre possibile ricostruire nel ragazzo. Egli può tuttavia trovare in sè stesso le risorse che lo motivano ad affrontare varie attività scolastiche che al momento sente di dover svolgere soltanto per forza. Un modo per trovare tali risorse è riuscire a vedere alcuni benefici a lunga scadenza dell'attività che non piace al ragazzo, cioè lo studio. Trovare una motivazione intrinseca per ogni attività produce inevitabilmente migliori risultati.




PICCOLA GUIDA PER SOSTENERE (E SUPERARE) GLI ESAMI
25/06/2009

laureati
Gli esami non finiscono mai, e non solo a scuola o all'università. La vita è fatta di prove che si susseguono una dopo l'altra, ognuna delle quali è composta da due ordini di elementi: quelli oggettivi e quelli soggettivi. I primi non li possiamo cambiare, su molti dei secondi, invece, possiamo agire per aumentare le nostre probabilità di superare gli esami. In questo intervento mi concentrerò sui modi in cui possiamo lavorare per gestire al meglio sia gli elementi oggettivi che quelli soggettivi ai fini del superamento degli esami universitari. Userò come basi teoriche per la stesura di questa guida la mia formazione professionale specifica in psicologia dello sviluppo e dell'educazione, e come basi pratiche la mia stessa esperienza di studente universitario. Seguendo le poche e semplici regole che descriverò, sono riuscito a superare i 26 esami del corso di laurea in psicologia con il vecchio ordinamento, quello a ciclo unico quinquennale, conseguendo una media di voti...

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di 29.16 su 30, ottenendo il massimo dei voti (30/30) in 17 esami (4 dei quali con lode), ed essendo rimandato all'appello successivo solo negli unici 2 casi in cui non mi ero attenuto a queste regole.
Qualunque studente universitario sa che per superare un esame la parte più importante del lavoro spetta alla preparazione, allo studio vero e proprio cioè, ma ci sono altri aspetti che possono influire sia sul superamento dell'esame che sul voto in caso di esito positivo. Innanzi tutto dobbiamo imparare a conoscere l'oggetto in questione: l'esame. Esso consta sostanzialmente di quattro parti:
1) la materia da studiare
2) i tipi di prova da sostenere
3) l'esaminatore (o gli esaminatori)
4) noi.
I primi tre punti appena descritti rientrano tra gli elementi oggettivi di cui sopra, l'ultimo, "noi", è, ovviamente, l'elemento soggettivo, quello sul quale possiamo agire di più per determinare l'esito degli esami. "Come?" chiederà qualcuno, "Possiamo determinare l'esito di un esame potendo modificare solo un elemento su quattro?". La risposta è "sì". Partiamo dall'assunto che i primi tre elementi non dipendono dalla nostra volontà, per cui possiamo solo adattare a essi le nostre capacità. L'elemento soggettivo si può invece modificare da più punti di vista, e precisamente possiamo agire su diversi tipi di atteggiamento che è possibile avere nei confronti dei primi tre elementi:
a) l'atteggiamento nei confronti della materia da studiare
b) l'atteggiamento nei confronti delle prove da sostenere
c) l'atteggiamento nei confronti dei nostri esaminatori.
Vediamoli uno per uno.
L'atteggiamento nei confronti della materia da studiare
Esistono praticamente infiniti tipi di materie che è possibile studiare all'università. Capita a ogni studente di sentirsi più "portato" per certe materie, mentre gli riesce più difficile trovare dei motivi di attrazione verso altre, nonostante facciano parte del corso di laurea che ha scelto, per non parlare poi di quelle di cui non riusciamo veramente a farci piacere niente. E' soprattutto nei confronti di queste ultime che bisogna sforzarsi di trovare il giusto atteggiamento. Partiamo dall'assunto che, se sono materie fondamentali, e se vogliamo arrivare alla laurea, dobbiamo, prima o poi, affrontarle. Evitiamo innanzi tutto di procastinare a tempo indeterminato il momento in cui cominciare a prepararci per quell'esame che proprio non ci piace. Faremo meglio a cercare invece di inserirlo in un punto del piano di studi in cui è più funzionale alla nostra preparazione. Teniamo in considerazione che, in generale, più esami sosteniamo e più ci sentiremo stanchi man mano che ci avvicineremo al traguardo finale, è assolutamente normale. Arrivare stanchi alla preparazione di una materia che non ci piace non farà altro che peggiorare le cose. Un'altro motivo importante per non rimandare consiste nel fatto che se le materie che non ci piacciono sono più di una, e se usiamo rinviare la loro preparazione dopo aver sostenuto quegli esami che ci stanno più simpatici o ci riescono più facili, ci ritroveremo alla fine con una lista di esami ancora da sostenere sulle materie che meno ci piacciono. Ciò determinerà inevitabilmente un lungo periodo in cui dovremo studiare solo cose verso le quali non sentiamo nessuna o poca attrazione, il che potrebbe avere come conseguenza un netto rallentamento nel ritmo col quale avevamo studiato fino a quel momento, un aumento delle probabilità di essere respinti o prendere un voto basso, e un disinnamoramento generale verso il nostro corso di laurea. La strategia migliore è invece cercare di piazzare la preparazione di una materia che non ci piace tra due materie che ci piacciono, o preparare contemporaneamente una materia bella e una brutta, in modo da compensare gli sforzi. Un altro metodo per raggiungere il giusto atteggiamento verso una materia che non ci piace è cercare di trovare degli esempi, delle situazioni della nostra vita, magari piacevoli, alle quali poter applicare i principi di quella materia. Mi rendo conto che per alcune discipline, soprattutto quelle più teoriche, questo esercizio potrebbe risultare particolarmente difficile, ma se provate vi accorgerete che per la maggior parte delle materie è più facile di quanto si pensi. Applicate tali principi alle situazioni di tutti i giorni, lasciatevi coinvolgere dalla materia, cercate di riconoscere e identificare le situazioni della vostra vita che si avvicinano agli argomenti di cui parla la materia che state studiando, ponetevi delle domande, fate degli accostamenti, non considerate la materia come un nemico ma come qualcosa che può esservi anche utile.
Cercate di seguire tutte le lezioni e le attività didattiche collaterali soprattutto per quelle materie che vi riescono più difficili, state attenti, prendete molti appunti e, soprattutto, cercate di adattare il vostro "stile cognitivo" alla materia. Lo stile cognitivo e i modi per adattarlo alle diverse discipline saranno oggetto di un prossimo intervento. Qui mi limito a dire che ognuno di noi apprende in maniera diversa dagli altri, e il nostro modo di apprendere (stile cognitivo) può variare anche in base alla materia che si studia. Lo stile cognitivo è relativamente plastico, si può quindi adattare agli argomenti che dobbiamo imparare. Un aspetto da non sottovalutare è anche la conoscenza delle risorse didattiche. Tutto il materiale sul quale andrà preparata la materia, libri, appunti, dispense e quant'altro, ha una certa forma, è strutturato in un certo modo. Prima di iniziare lo studio vero e proprio fate una panoramica approfondita di questo materiale, cercate di capire in che modo è ordinato, come sono organizzate le nozioni (capitoli, paragrafi, sotto-paragrafi, approfondimenti, riassunti, elenchi, tabelle, figure, parti da memorizzare, parti discorsive ecc.). Conoscere questa organizzazione è di fondamentale importanza per adattare il materiale didattico al vostro stile cognitivo. Vi verrà quasi spontaneo, man mano che scorrerete le pagine dei libri, pensare che una certa parte sarà meglio leggerla e basta, un'altra studiarla e altre impararle a memoria, tanto per fare un esempio banale. Ordinate il materiale nel modo che ritenete più opportuno perchè lo studio vi risulti meno difficile possibile. Definite delle "unità di studio" dopo la prima lettura, che includano un certo numero di parti di testo che possono essere lette e ripetute in una volta sola. Più il materiale sarà generico e discorsivo, più tali unità potranno essere lunghe. Viceversa, più il materiale sarà particolare e tecnico, più sarà meglio ridurre l'ampiezza delle unità, dedicando quindi maggiore attenzione a una parte più breve di testo, aumentando così le singole nozioni che ne ricorderete dopo ogni singola lettura. Studiate quindi come se ogni unità fosse il pezzo di un puzzle, poi incastrate i pezzi tra loro nell'ordine che vi permette di ricostruire nel modo più efficace la figura finale, cioè la vostra preparazione. A ogni ripasso, aumentate di un livello le unità di studio, accorpando per esempio un certo numero di sotto-paragrafi in una sola ripetizione. Se usate sottolineare o evidenziare parti di testo durante lo studio, siate sintetici, scegliete quelle parti che vi aiuteranno a richiamare per intero un concetto attraverso la lettura di poche parole o poche frasi. Questo vi sarà particolarmente utile in fase di ripasso.
Elaborate inoltre il contenuto. La psicologia cognitiva ha ampiamente dimostrato che si apprende molto più velocemente e facilmente se si comprende ciò che si studia, invece di impararlo meccanicamente a memoria. La comprensione permette inoltre di applicare a diversi tipi di situazioni ciò che si è imparato e allunga il periodo in cui ciò che si è appreso viene ricordato. Questo è un aspetto cruciale dello studio. Una volta compreso un argomento che state studiando, rielaboratelo, ripetetelo cioè dandogli la vostra impronta personale, cambiate le parole con le quali avete imparato a conoscerlo, parlatene come se fosse un argomento elaborato per la prima volta da voi stessi. Questo vi aiuterà a "fare vostro" l'argomento e vi darà una notevole sicurezza nel momento in cui sarete chiamati a esporlo davanti a un esaminatore.
Se riuscite a studiare insieme ad altre persone, cercate qualcuno che vi sia di stimolo, non necesariamente uno più bravo di voi in quella materia, anche se sarebbe auspicabile, ma qualcuno che soprattutto vi sproni a dare il meglio di voi nello studio, confrontatevi con lui, instaurate un circolo virtuoso cercando di superarvi a vicenda. Avere un termine di paragone è molto importante, chiedete a una persona di cui vi fidate di pungolarvi periodicamente per sapere come va lo studio, a che punto è la preparazione dell'esame, se vi state impegnando abbastanza ecc. Ogni volta che fate un passo avanti nella preparazione, per esempio se riuscite a comprendere un concetto o risolvere un problema che prima vi risultava ostico, premiatevi, concedetevi una piccola ricompensa facendo qualcosa che vi piace ma che non vi distragga troppo dallo studio.
L'atteggiamento nei confronti delle prove da sostenere
Il miglior modo per prepararsi ad affrontare le prove d'esame è riprodurle quanto più fedelmente possibile. E' dunque di fondamentale importanza, per raggiungere questo obiettivo, conoscere approfonditamente il modo in cui è strutturato l'esame, cioè di quali e quante prove è composto (orale, scritto, domande aperte, domande chiuse, risposte aperte, risposte chiuse, risposte a scelta multipla ecc.).
Informatevi se c'è un tempo massimo per svolgere le singole prove dell'esame, o un numero di domande minimo alle quali dover rispondere per poter considerare l'esame superato. Cercate di sapere se c'è un numero minimo di domande alle quali ogni studente viene sottoposto all'esame, o un numero minimo di esercizi nel caso di esame scritto. Allo scritto di un esame, date una prima veloce lettura al compito per farvi rapidamente un'idea di massima di quali sono le domande più abbordabili, quindi cominciate a rispondere proprio da quelle, passando subito alle successive appena vi rendete conto di non avere la risposta pronta per qualche domanda. In questo modo risparmierete tempo che potrete utilizzare alla fine per tornare sulle domande alle quali non avrete ancora risposto. Cercate di sapere se gli esercizi sono ordinati per difficoltà o secondo altri criteri. Alcuni docenti attribuiscono infatti una valutazione crescente in base a quali esercizi vengono svolti o meno nel caso in cui non si riescano a svolgere tutti. Informatevi se per i vostri docenti non conta la difficoltà intrinseca di ogni domanda o esercizio ma il numero di quelli che riuscite a svolgere. In quest'ultimo caso svolgete prima quelli più facili, usate quindi il tempo rimanente per aumentare il vostro punteggio dedicandovi a quelli più difficili.
Cercate di sapere in quali condizioni viene svolto l'esame, se, per esempio, sarete chiamati uno a uno o in gruppi o collettivamente (questo accade più frequentemente per le prove scritte). Informatevi se verrete sottoposti a domande di un solo esaminatore o più di uno, e su eventuali combinazioni di punteggi che i docenti usano tra le diverse prove per costruire il punteggio finale complessivo da attribuire agli studenti. Assistete, se possibile, a delle prove di esame nell'appello che precede il vostro o anche a più di un appello. Questo è importantissimo: assistere a degli appelli prima del vostro è enormemente istruttivo e utilissimo per la vostra preparazione, vi serve per raccogliere tutte le informazioni precedentemente indicate, oppure chiedete a chi ha già sostenuto quell'esame. Alcuni docenti fanno circolare delle versioni di prove scritte già svolte in appelli precedenti da usare come esercitazioni, se ciò accade, fatevene dare una copia, meglio ancora se con le risposte esatte già segnate. Quando assistete all'esame, cercate di vedere almeno una prova per ogni esaminatore con studenti diversi. Annotate fedelmente le domande che ogni esaminatore pone, ma su questo aspetto tornerò al punto successivo. Non è indispensabile avere tutte le informazioni che ho appena descritto, ma l'ideale sarebbe riuscire a raccoglierne il più possibile. Quante più ne avrete, infatti, tanto più sarà possibile ricostruire fedelmente le condizioni dell'esame con le quali vi eserciterete. In base al tempo che avete prima di affrontare l'esame, avrete infatti provveduto a pianificare la vostra preparazione. Ogni studente universitario che abbia raccolto le informazioni di cui sopra sarà infatti in grado di calcolare più o meno precisamente di quante "passate" avrà bisogno il programma di studio, cioè di quante volte dovrà essere ripetuto per ogni singola materia per arrivare ad avere una preparazione sufficiente a superare l'esame. Ammettiamo, per esempio, che in base alle informazioni da voi raccolte, unite alla conoscenza delle vostre capacità personali, stabiliate che per preparare un certo esame avrete bisogno di tre "passate" di programma. Orbene, alla fine di ognuna di esse, organizzate un "test", cioè mettete alla prova il livello della vostra preparazione riproducendo l'esame il più fedelmente possibile. Ponetevi le domande a voce alta, o fatevele porre da qualcuno che vi aiuta, e rispondete a voce alta, esattamente come fareste all'esame vero e proprio. Questo tipo di esercitazione vi aiuterà a raggiungere un duplice obiettivo: in primo luogo vi abituerà alle condizioni dell'esame, in modo tale che non vi risultino completamente nuove nel momento in cui sarete voi a sostenerlo, e in secondo luogo vi darà modo di evidenziare eventuali lacune nella vostra preparazione, sulle quali potrete concentrarvi nella successiva "passata" del programma.
Un discorso particolare merita "l'ansia da esame". Evitate di aumentare gli sforzi man mano che il giorno dell'esame si avvicina, anche se a molti di voi verrà quasi spontaneo farlo a causa dell'ansia che aumenta. Se dedicherete un certo numero di ore alla preparazione dell'esame fin dal primo giorno, e manterrete sempre quel ritmo, vedrete però che non sarà necessario e arriverete a ridosso dell'esame senza essere costretti a sottoporvi a "nottate" di recupero, che sono comunque controproducenti. Evitate di annullare il resto della vostra vita man mano che si approssima l'esame. Non riducetevi cioè a evitare di vedere i vostri amici o fare sport o quant'altro in vista dell'esame perchè prima non avete dedicato abbastanza tempo alla sua preparazione. Non farebbe altro che aumentare l'ansia e l'astio nei confronti della materia. Dedicate gli ultimi giorni prima dell'esame a ripassare bene gli argomenti più difficili o quelli sui quali vi sentite meno ferrati. Evitate inoltre di lasciarvi intrappolare dalle "voci di corridoio" che danno una "dispensa uscita all'ultimo momento" come di fondamentale importanza per il superamento dell'esame. Se vi sarete informati per tempo sul programma da studiare e sul materiale sul quale prepararlo, vi accorgerete che quelle voci sono spesso solo leggende universitarie. Bisogna ricordare che un pò di ansia, prima di un esame, è normale. Non solo, l'ansia è anche utile. A parte i casi in cui la quota d'ansia prima di un esame ci impedisce di portarlo a termine (in tal caso è ipotizzabile l'intervento di uno psicologo), l'ansia è sostanzialmente una nostra alleata, sarebbe infatti sbagliato considerarla nostra nemica così come sarebbe sbagliato auspicare di non provarne affatto prima di un esame. Al di sotto della soglia patologica, infatti, l'ansia prima di un esame ci rende più reattivi, migliora le nostre prestazioni cognitive, ci rende più facile e più veloce il recupero di informazioni presenti nella nostra memoria. Sfruttiamo dunque l'ansia per aumentare le nostre probabilità di rendere una migliore prestazione all'esame. Per chi volesse imparare a tenere l'ansia sotto controllo consiglio la lettura e l'scolto del file in mp3 per il rilassamento muscolare presente nella sezione dedicata alla Psicologia Generale. Sarà inoltre inevitabile per molti studenti universitari, poco prima di un esame, provare la sensazione di "non ricordare niente". Questo accade perchè cerchiamo di richiamare alla memoria contemporaneamente un grande numero di informazioni nello stesso momento. Bisogna ricordare, e questo è molto importante, che se abbiamo studiato bene, al momento dell'esame niente può impedirci di rispondere alle domande. Non c'è nessun motivo per non ricordare ciò che l'esaminatore ci sta chiedendo se lo abbiamo studiato, non dobbiamo far altro che ripetere quanto già fatto quando ci esercitavamo da soli o con qualche collega. Ovviamente, non possiamo imparare a memoria i libri parola per parola, per cui anche lo studente più preparato avrà delle lacune, seppure minime. Se si ha l'impressione di non avere comunque una sufficiente preparazione, pur avendo studiato, ciò dipende proprio dal fatto che l'ansia ci porta a concentrarci su quelle informazioni che non abbiamo o che non ricordiamo. In questo caso bisogna tenere presente che, sempre che si sia studiato a sufficienza, le nozioni che abbiamo sono in numero enormemente superiore rispetto a quelle che non abbiamo.
L'atteggiamento nei confronti dei nostri esaminatori
Questa parte dell'intervento potrebbe anche chiamarsi, usando una iperbole, "conosci il tuo nemico". Ovviamente chi ci esamina non è un nostro nemico, ma possiamo aumentare al massimo le probabilità di non incorrere in una bocciatura o in un voto basso osservando delle semplici indicazioni che ci aiuteranno a gestire meglio il rapporto con gli esaminatori al momento del sostenimento della prova.
Come ho già detto, è molto importante assistere direttamente a degli esami negli appelli che precedono il vostro. Vi sarà in questo modo possibile accorgervi di come ogni esaminatore conduce gli esami in maniera diversa dagli altri, e come questa maniera tenda a ripetersi con ogni studente che si presenta all'esame, con pochissime o nessuna variazione.
La prima regola da seguire è quella "dell'argomento a piacere ". Anche se possono non chiederlo sistematicamente, ricordate di preparare comunque un argomento a scelta. La richiesta di esporre un argomento di proprio gusto può infatti arrivare "a freddo" in qualsiasi momento. Non disporre di un argomento del programma che si conosce in maniera particolarmente approfondita già pronto "sulla punta della lingua" può causare confusione e ansia nello studente, e una cattiva impressione nell'esaminatore. Se dalle informazioni prese sapete che un determinato esaminatore è particolarmente legato a un certo argomento del programma, preparatevi bene su quell'argomento. Se, combinando le due indicazioni appena date, l'esaminatore dovesse chiedervi di esporre un argomento a scelta, e voi decideste di parlare proprio dell'argomento al quale l'esaminatore tiene in modo particolare, ricordate che la vostra preparazione su quell'argomento dovrà essere quanto meno ottima, possibilmente integrata da osservazioni personali che lascino intendere all'esaminatore che avete fatto anche un lavoro di approfondimento e ricerca proprio su quell'argomento. Viceversa, l'esaminatore potrebbe pensare che avete optato per quell'argomento solo con l'intento di compiacerlo, il che potrebbe avere delle conseguenze devastanti.
Cercate di capire che tipo di domande pone ogni esaminatore, e che tipo di risposte si attende. Alcuni esaminatori fanno domande "aperte", che lasciano spazio cioè a delle risposte altrettanto indefinite. Se non siete sicuri di cosa l'esaminatore voglia realmente sapere in questi casi, non abbiate timore di chiedere spiegazioni dicendo che non avete capito la domanda, questo ridurrà al minimo le possibilità di rispondere andando fuori tema. Quando rispondete a una domanda "aperta", partite sempre dall'argomento centrale della domanda, l'argomento più attinente, coerente con il modo in cui la domanda stessa vi è stata posta, dopo aver cercato di capire più precisamente possibile cosa vuole realmente sapere da voi l'esaminatore. In questo caso i diversi esaminatori si potranno comportare in modo differente. Alcuni vi lasceranno parlare per un tempo più o meno indefinito senza intervenire finchè non sarete voi stessi a fermarvi. In questo caso potete continuare a parlare, collegando all'argomento centrale della domanda altri argomenti, purchè siano connessi in modo evidente al primo. In questo modo dimostrerete di avere una preparazione ampia sulla materia e di averla compresa anche nelle associazioni tra vari argomenti. Appena avrete finito di illustrare gli argomenti attinenti a quello centrale, fermatevi comunque. Parlare indefinitamente potrebbe infatti essere controproducente, e potrebbe inoltre condurvi fuori tema. Normalmente, gli esaminatori che adottano questo metodo di interrogazionie pongono la domanda successiva su un argomento attinente a quello centrale della domanda precedente, che magari avete già toccato nella vostra risposta, cercando di seguire una sorta di filo logico dell'interrogazione. E' quindi importante collegare all'argomento centrale della domanda precedente solo argomenti che conoscete sufficientemente bene da poter discutere in un eventuale approfondimento. Evitate, cioè, di citare argomenti che conoscete solo "di nome", perchè potreste involontariamente suggerire all'esaminatore la domanda successiva su qualcosa su cui non siete abbastanza preparati. Evitate inoltre, se possibile, di impostare la vostra risposta su elenchi predefiniti di argomenti, per esempio una lista di nomi, a meno che la domanda non richieda esplicitamente la ripetizione di quella lista. Saltare infatti un argomento dell'elenco potrebbe suggerire al vostro esaminatore di indagare la vostra preparazione proprio sul punto dell'elenco che avete "dimenticato" di citare. Se invece ricordate a memoria la lista, non esitate a riprodurla, poichè questo fa sempre una buona impressione, anche quando non richiesto. Mentre rispondete, cercate di cogliere nel comportamento dell'esaminatore eventuali segni, più o meno involontari, che vi potranno essere utili per capire se quello che state dicendo è in tema o meno. Di solito, se l'esaminatore rimane attento a ciò che dite vuol dire che siete in tema, se comincia invece ad "allontanarsi" dalla vostra risposta, per esempio distogliendo lo sguardo o lasciandosi distrarre da altri stimoli, è il momento di prendere in considerazione l'idea di fermarsi e attendere la prossima domanda. Altri esaminatori fanno invece domande "chiuse". Si tratta di domande secche, tipo quiz, che richiedono una risposta altrettanto secca. Il rischio maggiore con questo tipo di domande è l'ansia che inevitabilmente genera un'interrogazione di questa natura. Un esempio tipico di domanda chiusa è quella in cui vi si chiede una data precisa. Le domande chiuse sono ancora più pericolose di quelle aperte, che lasciano comunque un margine di discrezione alla valutazione della risposta. Le risposte chiuse possono invece essere solo di due tipi: giuste o sbagliate. Nel caso di un esaminatore che preferisca le domande chiuse, cercate di capire, sapendolo dalle interrogazioni di altri studenti alle quali avrete assistito, quanto tempo concede al massimo per la risposta prima di passare alla domanda successiva. Se conoscete la risposta datela subito, se avete dei dubbi, utilizzate il tempo a vostra disposizione per cercare nella vostra memoria la risposta esatta. In questo caso, sarà una corretta alleanza con l'ansia che vi aiuterà a scegliere la risposta migliore, mentre una scorretta allenza produrrà una risposta sbagliata o una non risposta. Se invece siete sicuri di non conoscere la risposta, il miglior atteggiamento da parte vostra sarà quello di ammettere subito con l'esaminatore la vostra ignoranza. In caso contrario egli riceverà l'mpressione che gli stiate facendo perdere tempo o, peggio, che stiate tentando di prenderlo in giro. Il terzo caso è il migliore e, fortunatamente, anche il più frequente. Si tratta cioè di quegli esaminatori che fanno domande a metà strada tra quelle aperte e quelle chiuse. Domande, cioè, "mirate", che vi danno la possibilità di esporre un argomento nè troppo grande nè troppo ristretto, per esempio un argomento dell'ampiezza corrispondente a "un'unità di studio" (vedi sopra) di media grandezza. Se avrete studiato abbastanza, avrete in questo modo la possibilità di esporre le vostre conoscenze sull'argomento, dimostrando la vostra preparazione e riducendo al minimo le possibilità di andare fuori tema, di dare una risposta sbagliata o di annoiare o indisporre l'esaminatore.
Per quanto possa sembrare banale, è bene ricordare che ogni materia ha degli argomenti più importanti di altri, che possono essere considerati i "pilastri" stessi della disciplina. Studiate bene proprio questi argomenti, senza trascurare quelli minori, certo, ma comprendendo e imparando meglio proprio gli argomenti che fondano la materia stessa. Una risposta sbagliata su questi argomenti potrebbe far dubitare il vostro esaminatore della vostra preparazione complessiva. Quando studiamo per un esame, non dobbiamo mai dimenticare che in realtà il voto è solo un obiettivo secondario, quello primario essendo la comprensione e l'acquisizione di nozioni che un giorno dovremo utilizzare nella nostra professione.
Un aspetto molto importante dell'atteggiamento nei confronti dei nostri esaminatori è la sicurezza con la quale rispondiamo. Quanto maggiore è la vostra preparazione su un argomento, tanto più sicuri dovreste dimostrarvi nella sua esposizione. Parlatene disinvoltamente, con termini tecnici ma come se fosse qualcosa di cui vi occupate da sempre. Per esperienza personale posso dire che una esposizione di questo tipo fa sempre un ottima impressione, convince abbastanza velocemente l'esaminatore della vostra preparazione "globale" sulla materia e riduce le probabilità di procedere con altre domande. In più di una occasione, usando questa tecnica, ho ottenuto il massimo dei voti a un esame fermando l'esaminatore alla prima domanda. Ciò accade soprattutto nei casi di esaminatori stanchi o annoiati, quindi tenete do'cchio queste situazioni.
Se frequentate le lezioni o le altre attività collaterali di un corso, fatelo attivamente, dimostratevi cioè interessati alla materia, ponete domande, fate commenti. I docenti, anche se lo negherebbero fino alla morte, ricordano all'esame le facce e i nomi di chi ha seguito le loro lezioni e usano nei loro confronti, di solito, maggiori riguardi nella valutazione rispetto agli studenti che vedono per la prima volta agli esami. Ricordate, in ultimo, che gli esaminatori sono persone come noi, dobbiamo avere rispetto di loro ma non soggezione, mitizzare il loro ruolo contribuisce ad accrescere la nostra ansia di prestazione, quindi siamo realisti.
Altri consigli utili
Qualcuno potrebbe obiettare che le linee-guida sopra esposte siano eccessive. E avrebbe ragione. Si può essere bocciati anche seguendole tutte alla lettera, e si può essere promossi anche senza seguirle. Non prendetele come leggi scritte sulla pietra. Il discorso appena fatto è di tipo probabilistico. Questo non è un manuale su come superare al primo colpo tutti gli esami con il massimo dei voti, ma un insieme di osservazioni, considerazioni, suggerimenti e indicazioni su come ridurre al minimo le variabili da lasciare al caso e su come aumentare le possibilità di successo, ma l'aumento di tali possibilità non garantisce di per sè con assoluta certezza il raggiungimento dell'obiettivo che ci prefiggiamo. Ci saranno sempre altre variabili che sfuggiranno al nostro controllo, sia di tipo sistematico che interveniente. Alcuni le chiamano "destino". Ciò che possiamo fare è del nostro meglio per lasciare che gli eventi che ci riguardano non siano determinati esclusivamente o prevalentemente dal "destino", o comunque lo vogliamo chiamare. Dobbiamo fare la nostra parte, cioè, senza rinunciare a niente di essa, perchè siamo noi gli artefici della nostra vita. Seguire queste semplici regole ci servirà a presentarci all'esame quanto meno con la coscienza pulita, certi di aver fatto quanto in nostro potere, e che non potevamo pretendere di più da noi stessi. Questo ci darà la fiducia necessaria per controbilanciare l'ansia. Abbiate fiducia in voi stessi e nelle vostre capacità, e, se avrete una adeguata preparazione, tutto andrà bene.
Un mio vecchio docente universitario diceva "meglio alzare una mano a lezione che tutte e due agli esami". Seguite il più possibile le lezioni, e quando avete dei dubbi chiedete dei chiarimenti. Servirà a farci comprendere meglio la materia e possibilmente a far ricordare la nostra faccia al docente al momento dell'esame. Non dimenticate, inoltre, che l'esame stesso è un momento di apprendimento. Durante l'esame, che sia il vostro o un esame al quale state assistendo, potete apprendere nozioni che prima ignoravate, e che vi potranno essere comunque utili. Sfruttate dunque l'esame per continuare a imparare, e non solo come occasione per rendere ciò che avete memorizzato nel periodo precedente.
Può capitare anche di essere bocciati. Non è la fine del mondo. E' soprattutto in questi casi che bisogna sfruttare l'esame come momento di apprendimento. Se non sapete rispondere a una domanda, non andatevene senza aver chiesto al vostro esaminatore qual era la risposta giusta. Al limite non ve lo dirà, ma se vi risponderà, eviterete che il dubbio di cadere di nuovo sulla stessa domanda vi tormenti fino all'appello successivo. Bocciature ripetute allo stesso esame sono estremamente rare. Nel caso siate respinti, non scoraggiatevi, fate un attento esame della vostra preparazione, ripercorretela dall'inizio al momento della bocciatura, cercate di individuare i punti deboli e intervenite per correggerli. Siate onesti con voi stessi, abbiate cioè il coraggio di riconoscere i vostri errori, se ne avete commessi. In caso di bocciatura è molto facile lasciarsi trasportare dal rancore contro quell'esaminatore che ci sta frustrando e attribuire a un suo errore di valutazione il cattivo esito del nostro esame, ma a un esame critico di come sono andate le cose, vedrete che nella stragrande maggioranza dei casi l'origine della bocciatura ha cause interne a noi e non esterne. Quando avrete fatto tutto ciò, ripresentatevi all'esame e vedrete che le cose andranno diversamente.




LO SVILUPPO DELLE CAPACITA' COGNITIVE: INTELLIGENTI SI NASCE O SI DIVENTA?
25/05/2009

sviluppo intelligenza
Uno degli aspetti più rilevanti che riguarda lo studio dello sviluppo dell'intelligenza nasce dall'interesse di molti psicologi nello stabilire l'origine stessa di tale facoltà. Nasciamo intelligenti o lo diventiamo? E' il DNA a stabilire quanto saremo intelligenti nella vita o qualcos'altro? Molte ricerche sono state dedicate all'argomento. In concreto, la prima manifestazione della così detta "intelligenza" nei bambini è data dalla loro maggiore o minore capacità di apprendimento. E' indubbio che esistono delle differenze individuali da bambino a bambino nella capacità di apprendere che lasciano pensare che questo "talento" sia in larga parte innato, ma si può dire che esso sia un predittore del futuro sviluppo dell'intelligenza di un individuo? Le ricerche hanno dimostrato che durante i primi 3-4 anni di vita la nostra intelligenza si trova in una fase particolarmente dinamica, nella quale i risultati ai test di livello mostrano conclusioni spesso incostanti. Sarebbe solo dopo questa fase che l'intelligenza comincia...

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a "stabilizzarsi", anche se, fluttuazioni delle capacità cognitive continuano ancora fino al periodo adolescenziale. Ricerche longitudinali hanno dimostrato che lo sviluppo dell'intelligenza durante i primi anni di vita dipende anche dalle caratteristiche ambientali in cui si cresce, così come da eventi di tipo emotivo e fisico. Lo sviluppo dell'intelligenza non è quindi da intendersi come un mero processo di crescita. A questo punto torniamo alla domanda iniziale: nasciamo intelligenti o lo diventiamo? Come capita spesso, la risposta esatta si trova a metà strada. Per risolvere la questione sono state di fondamentale importanza le ricerche condotte sui gemelli e sui fratelli. Se l'intelligenza fosse determinata solo ed esclusivamente dal DNA, si dovrebbe concludere che i gemelli identici dovrebbero avere, da adulti, gli stessi quozienti di intelligenza. Invece non è così. Molti studi hanno dimostrato che gemelli identici cresciuti in ambienti diversi, perchè dati in adozione a famiglie diverse o per altri motivi, sviluppavano quozienti di intelligenza diversi. Tali differenze si accentuavano ulteriormente nel caso di gemelli non identici, ed erano ancora maggiori nel caso dei fratelli non gemelli. Dall'insieme delle ricerche condotte finora in questo campo, si può concludere che l'intelligenza è determinata sia da fattori innati che da fattori ambientali, e, a seconda delle ricerche prese in considerazione, sarebbe possibile quantificare l'azione dell'ambiente nello sviluppo dell'intelligenza. Da tali ricerche risulterebbe infatti che i fattori ambientali sarebbero responsabili dello sviluppo dell'intelligenza per una proporzione che va da circa la metà a due terzi dell'insieme.
Approfondite le conoscenze sullo sviluppo dell'intelligenza leggendo anche i relativi articoli presenti nella sezione sulla psicologia generale.




LO SVILUPPO COGNITIVO NEI BAMBINI E NEGLI ADOLESCENTI
24/04/2008

lo sviluppo cognitivo nei bambini e negli adolescenti
Alcuni degli eventi più importanti nella vita di ognuno di noi avvengono durante la prima infanzia. Dal punto di vista cognitivo, emotivo e sociale, ciò che ci accade durante i primi anni di esistenza è fondamentale per il futuro sviluppo della nostra personalità e delle nostre capacità mentali. Per ciò è importante sapere come “funzioniamo” in questo periodo da tutti e tre i punti di vista, soprattutto se consideriamo che essi sono strettamente interagenti e si influenzano reciprocamente.
Anche se hanno da tempo perso il loro valore scientifico iniziale, concetti come quello di “stadio”, “livello”, “fase” o “periodo” sono ancora importanti nel campo della psicologia dello sviluppo. Alcuni eventi della prima infanzia, infatti, per esempio l’ingresso a scuola, segnano l’inizio di una nuova serie di comportamenti prima mai provati, o almeno non in quella forma, che determineranno relativi cambiamenti nello sviluppo della persona nel suo complesso. A causa della sua funzione di sviluppo “trasversale” a quello emotivo e sociale, e, in generale, per ciò che si sarà capaci di fare nella vita, lo sviluppo cognitivo rappresenta probabilmente l’aspetto più importante dello sviluppo psichico complessivo, soprattutto durante la prima e la seconda infanzia, poiché dal modo in cui impariamo (in generale) dipenderà il modo in cui impariamo (nello specifico) anche ad amare e a stare con gli altri. Con il termine “sviluppo cognitivo” si può intendere sia lo sviluppo della conoscenza individuale che lo sviluppo dei diversi modi di acquisirla. Lo sviluppo cognitivo è composto a sua volta da diversi processi mentali, tra cui: ragionamento, soluzione di problemi, pensiero e formazione di concetti, percezione, memoria, attenzione, apprendimento, formazione di sequenze complesse e coordinate di movimenti. In generale, sono da considerarsi cognitive tutte le azioni attraverso le quali un organismo acquisisce informazioni dall’ambiente, le conserva, le riorganizza e ne fa uso nel corso delle proprie azioni. Tutti i comportamenti umani, quindi anche quelli emotivi e sociali, implicano in una certa misura l’uso di capacità cognitive.


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In base alla classificazione fatta da Jean Piaget, lo sviluppo cognitivo durante il periodo che va dalla nascita all’adolescenza può essere suddiviso in vari stadi, il primo dei quali, che si estende dalla nascita ai diciotto mesi di vita del bambino, è quello denominato “sensomotorio”, poiché caratterizzato prevalentemente da attività di percezione e movimento, ciò vuol dire che la relazione con l’ambiente da parte del bambino in questo periodo si fonda soprattutto sulla percezione e sulle azioni. Il periodo che va dai diciotto mesi ai due anni è invece quello in cui il bambino acquisisce la capacità “rappresentativa”, comincia cioè a rappresentarsi mentalmente oggetti e azioni anche in loro assenza e anche senza compierle concretamente, quindi comincia anche a prevedere l’esito delle sue azioni prima di compierle, mentre nel periodo precedente se ne rendeva conto solo dopo averle compiute. Noi esseri umani diventiamo capaci di concettualizzare nel momento in cui acquisiamo la nozione di “concetto”, cioè un insieme di caratteristiche che accomunano vari oggetti o eventi, tenute ben distinte dai singoli oggetti o eventi che le possiedono. Il pensiero dei bambini di età compresa tra i due e i quattro anni non è ancora dotato della capacità di concettualizzare, perciò può essere definito “preconcettuale”. Esso è caratterizzato da costrutti che oscillano tra l’individuale e il generale, quindi non ancora veri e propri concetti, ma sulla buona strada per diventare tali. Durante questo periodo il bambino comincia a costruire un’immagine interiore di sé e del mondo esterno cui si può accedere parlandogli, osservando i suoi giochi, i suoi disegni, e tramite la somministrazione di specifici test psicologici.
Il secondo grande periodo dello sviluppo cognitivo si verifica tra i due anni di età e la preadolescenza. Questa fase, durante la quale fa la sua comparsa “l’intelligenza rappresentativa”, è divisa in due sottoperiodi, il primo dei quali va dai 2 ai 7-8 anni ed è chiamato “preparatorio”, mentre il secondo giunge fino al termine dell’infanzia ed è chiamato “operatorio concreto”. Il sotto-periodo preoperatorio è caratterizzato da una forma di pensiero egocentrico, irreversibile e ancora privo delle nozioni di conservazione che svolgono un ruolo fondamentale nella concezione del mondo tipica dei bambini più grandi e degli adulti. Il sotto-periodo operatorio concreto è invece caratterizzato da azioni mentali ora meno collegate alle immagini, con un carattere quindi più astratto, e coordinate in sistemi organizzati che funzionano come un tutto.
Il periodo successivo è quello definito “operatorio formale”, e ha inizio a partire dagli 11/12 anni circa, o comunque coincide più o meno con l’inizio della pubertà. Durante questo periodo si ha un ulteriore salto qualitativo nell’uso delle capacità cognitive, infatti i ragazzi superano tutti i limiti dei periodi precedenti e cominciano a operare mentalmente anche su idee e conoscenze astratte, non raffigurabili cioè attraverso immagini mentali.
Per quanto acuta e interessante possa essere stata la teoria di Piaget sullo sviluppo cognitivo, essa ha suscitato anche delle critiche. Molti studiosi fecero notare che gli esperimenti da lui realizzati erano spesso caratterizzati da vizi metodologici, ma, ancora più importante, che il concetto di “stadio” dello sviluppo cognitivo, come detto all’inizio, era scientificamente debole, poiché si era osservato che non necessariamente ogni stadio cominciava e terminava alle età indicate da Piaget, che gli stadi spesso si sovrapponevano parzialmente tra loro, e che alcune capacità che Piaget attribuiva a uno stadio o sotto-stadio particolare potevano essere presenti già negli stadi precedenti, o assenti in quelli successivi.
A partire dagli anni cinquanta dello scorso secolo un altro paradigma di ricerca ha fatto la sua comparsa nel campo della psicologia dello sviluppo cognitivo. L’HIP (Human Information Processing) paragonava la comprensione dello sviluppo cognitivo degli esseri umani al funzionamento dei programmi per i computer, evidenziando le similitudini tra questi due sistemi di elaborazione delle informazioni. Si trattava di una sorta di fusione tra psicologia, logica e cibernetica. Questo tipo di approccio allo studio della costruzione della conoscenza, aveva in un certo senso precorso i tempi attuali, in quanto anticipava di alcuni decenni la diffusione di massa dei personal computer come indispensabili strumenti di studio e di lavoro, e della forma di comunicazione e apprendimento circolare (o reticolare) per definizione: internet. Paragonando il cervello a un computer, si potrebbe riconoscere nella sua maturazione dal punto di vista fisiologico l’hardware, mentre nello sviluppo delle capacità cognitive il software. Secondo questa visione, con l’esperienza e l’apprendimento il software dovrebbe produrre dei risultati sempre migliori nel tempo, risultato certamente auspicabile, ma che non sempre corrisponde a quanto accade nella realtà. Un altro importante elemento di cui questa teoria non teneva conto è il ruolo dell’influenza che le altre due grandi aree dello sviluppo, quello emotivo e quello sociale, hanno a loro volta sullo sviluppo cognitivo.





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